Sonetti Romaneschi
Da cristiano! Si mmoro e ppo’ arinasco, Pregh’Iddio d’arinassce a Rroma mia. (G. Belli)

Meo Patacca - Canto 8°

Giuseppe Berneri

ARGOMENTO


Ordina MEO più bella assai la festa,
Per quanno la conferma sia venuta
Della vittoria, et al venir di questa
Mostrò 'l saper della sua mente acuta:
In opera mette quel ch'hebbe in testa,
Prima fu la girandola veduta,
Poi fochi, e luminari, e custodita
Fu da lui Tolla, giovane smarrita.

Benchè la scorza notte in ciampanelle
Dato havesser le genti, e fatto chenne,
Sino che luccicorno in ciel le stelle
Intente a gustosissime faccenne,
Poco si riposorno, e cortarelle
Fecero le dormite, e quanno venne
El giorno ciaro, san ciarire el sonno;
Perchè non vonno più dormì, non vonno.

S'arrizzano, si vestono, e assai presti
Van su le porte a chiacchiarà l'artisti,
S'alzan puro i signori, e quelli, e questi
Così contenti mai non furno visti.
Del fatto si discurre, e lesti lesti
In te le piazze vanno i novellisti,
Pare a chalch'un di loro, che non basti
Un sol curriero, e quì si viè a i contrasti.

C'è perzona che dice: «È una gran nova
Questa che venne, et è nova sì grande,
Che può credersi appena, e la riprova
Prima aspettar si deve da più bande.
Non c'è raggione ancora, che mi mova
A dar fede a un avviso, che si spande
Così de notte, e spesso in ascoltarle,
Paion vere le nove, e poi son ciarle».

Gli risponne uno sgherro: «Oh ve che coccia!
Bigna, che 'sta vittoria gli dispiaccia,
Però, così ostinato s'incapoccia,
E 'l su' penzier da sè mai non discaccia.
Questa sorte de gente non si scoccia,
Se non con daglie sganassoni in faccia.
Se mò costui di qua, non se l'alliccia,
El grugno a fè da me se gli stropiccia.

Una Nova, ch'è pubrica, e che scurre
Pe' tutta la città, non sarà vera?
A non volè dar credito, che accurre,
A quello, che si sa sin da ierzera?
A di' la verità l'ha da ridurre
Forza sol di sgrugnoni, e be' m'ha cera
D'havè un cervello storto, e assai balzàno
E ciama pugni, un miglio da lontano».

Così dicenno te glie va alla vita,
E alle lanterne piglia già la mira,
Ma l'intrattiè la gente, che lì unita,
Stava a sentine, e l'altro si ritira;
S'intramezzano molti, e viè impedita
La sgrugnonata, e allor colui rispira
E perchè cerca di sfuggir le risse,
Così la scusa fa di quel che disse.

«Che mi dispiaccia la vittoria havuta,
Non lo credete nò, siete in errore,
E il non haverla subbito creduta,
Non fu malignità, ma fu timore.
Quando una cosa non s'è ben saputa,
E molto si desidera, tiè un core
Fra l'incertezze, e come ognor succede,
Ciò, che si spera assai, poco si crede».

Co' 'sto parla quel tale si difese:
E certo, ch'a proposito rispose.
La gente, ch'era lì, che tutto intese,
A placarzi lo sgherro allor dispose.
Lui si pacificò, nè più pretese
Di volè fa' smargiassarìe foiose;
Senz'altro repricà, la bocca chiuse,
E pe' bone accettò le fatte scuse.

Così fornì la cosa, ma, è ben vero,
Ch'in altri lochi pur, ci fu da dire;
Più d'uno hebbe 'l medesimo penziero,
Di volerzi di ciò meglio ciarire.
Intanto s'aspettò novo curriero,
E questi furno, con un pò d'ardire,
Suspetti no di savii cittadini,
Ma sofisticarie di dottorini.

MEO però la gran nova ha per sicura,
E par, ch'a lui la sigurtà ne facci
Il cor, ch'è tutto allegro, e già procura
D'ammannì Feste, Carri, e Focaracci.
Pe' poi venire a 'sta manifattura,
Bigna, ch'altra pecunia si procacci,
Che quella, ch'abbuscò non la vuò spenne:
Stima, che giusto sia, l'annarla a renne.

Ma prima vuò vede, se pò riuscigli
Una botta da mastro; che sarìa
Un colpo bello assai, che poi servigli,
Pe' fa' cose maiuscole potrìa.
Vuò annà da chi già fece l'ovo, e digli
Con garbata e gentil rasciammerìa
Se rivuò le monete, o pur se queste
L'ha da impiegà, pe' celebra le feste.

Pe' dar principio all'opera, va in giro,
Et a restituir, quel ch'hebbe in dono
Prontissimo si mostra, e 'sto riggiro,
È civile, onorato, e c'è del bono.
Così, co' 'sta drittura fa un bel tiro,
Perchè li gnori, che garbati sono
Non vonno già, s'animo granne ha MEO,
Ch'in cortesia li vinca un huom plebèo.

Chi glie li dona, e chi gli dà licenza,
Che se li sfrusci co' li sgherri sui,
Chi dice, ch'a ste cose più non penza,
E che ne faccia quel che pare a lui.
Non ci fu, chi mostrasse renitenza
Alla proposta fatta da costui;
Tutti cortesi, altro a cercà non stettero,
Ma gli lasciorno in man quel che gli dettero.

Dà però MEO parola, e ce s'impegna,
Che pe' le feste e machine tamante,
Ch'in te le strade e piazze far disegna,
Tutto ci spenderà, sino a un spicciante.
Pare a quelli pare cosa assai degna
'Sta nobbile penzata, e più contante
Dette chalch'uno dette, acciò più cose
Si potessero fàne, e più scialose.

PATACCA el core allegrezzà si sente,
E fa co' i generosi Maiorenghi,
Cirimonie a bizzeffe, e par che in mente
Di gran penzieri un cumulo gli venghi.
Ritrovannose in man tanto valsente,
Stima, che farzi onore gli convenghi;
Già disegnanno va col su' ciarvello,
De fa' vede più d'un crapiccio bello.

Ma perchè molte cose si figura,
E il modo poi non sa, come si fanno,
Nè mai studiante fu d'architettura,
Si vuò informà da quelli, che ne sanno.
E li trova, e gli parla, et a drittura
Li mena là dove le piazze stanno,
E le strade famose, e qui con loro,
Gran cose inventa, e gl'ordina il lavoro.

Poi se l'intenne con li bottegari,
Che stanno lì vicino, e li richiede,
Che molti, e crapicciosi luminari,
Quanno el tempo sarà, faccino vede.
Vorrìa, che si sentissero più spari
Di razzi, e cacafochi, e gli concede,
Che se chalch'uno, machine e figure
Vuò fàne a spese sue, le facci pure.

Dati già tutti l'ordini, s'aspetta
Della vittoria la conferma, e arriva
Più d'un curriero e più d'una staffetta,
E ciarisce chi al ver non consentiva;
Pericolo non c'è, che più si metta
La cosa in dubbio da chi prima ardiva
Far lo svogliato a credere, se trova
Che vera, anzi verissima è la nova.

Vie alfin la prima et aspettata sera,
Ch'alle pubriche feste già destina
La città stessa, che la notte intiera,
Durorno, pe' insinenta alla mattina.
Et ecco ogni finestra, ogni ringhiera,
Mignani e loggie, hanno gran lumi, e inzino
Delle botteghe l'alti tavolati
So' in cima, attorno attorno, illuminati.

Altri son lanternoni, e questi el fonno '
Hanno di greta cotta, et è grossetto,
Giusto come una ruzzica rotonno,
Attorniato da un orlo, alto un pochetto.
Propio in tel mezzo poi, puro c'è tonno,
Da piantà la cannela, un buscio stretto,
Di carta un foglio la tiè attorno cinta,
L'arme dei vincitor c'è su dipinta.


S'appiccia allora il moccolo, ch'è drento,
E la luce de fora trasparisce;
Non fa gran sforgio 'sto luccicamento,
Che la carta un po' grossa l'impedisce;
Perchè poi faccia più trasparimento
S'ugne quella coll'oglio, e comparisce
Il luccicor più chiaro, e ben disporli
Cerca delle finestre, ogn'un, su l'orli.

Altri poi, che riluciono più uniti,
Son certi graziosissimi lumini
Fatti di terra, e d'oglio son rempiti,
E drento a certi incavi hanno i stuppini;
In lunghe file son distribuiti,
Come fussero tanti lucernini,
E danno gusto, messi tutti a un paro,
Sbarluccicanno con un lume chiaro.

Si fanno poi d'apprausi alti schiamazzi,
In tel vede magnifiche spalliere
Di torcie accese, innanzi alli palazzi,
Due pe' finestra, e molte alle renghiere.
Stanno qui sotto poveri regazzi
E colando la cera a più potere,
Di cartone larghissimi cartocci
Tengono in mano, perchè lì poi gocci.

Là dove chalche machina si fece
Su tirata con corde e con girelle,
Stan di lumini e lanternoni invece
Sopra travi piantati assai padelle.
Piene son di bitume e grasso e pece,
E fanno ardenno fiaccole assai belle.
Le piazze, benchè larghe, impon di lume,
La fiamma sventolicchia, e fa gran fume.

Certi vasi di terra frabbicati
Stanno in alto con foglie naturali,
Dove ce son merangoli attaccati,
In prima veri, e adesso artifiziali;
Questi per mezzo furno già spaccati,
Poi voti, e ricongiunti in modi tali,
Che l'occhio non s'accorge dell'inganno,
E fuori che la coccia, altro non hanno.

Ne tiè molti ogni vaso, e un lumiccino
Ce sta in serrato, e questo assai traspare,
Perchè la coccia è assottigliata inzino
Che non si sfonna, e che può intiera stare.
Più d'un, che passa, quanno gl'è vicino
Si ferma, e non si può capacitare
Che quella, che vede sia coccia vera,
Ma li stima merangoli di cera.

D'iventà cose nove ogn'un procura,
Acciò la bizzarrìa sempre più cresca;
Coloro, al par d'ogn'altro, n'han premura,
Che vendono in bottega l'acqua fresca;
Tengon garaffe in mostra d'acqua pura,
Tinta di color roscio, e par che n'esca,
Perchè c'è dreto il lume, uno splendore,
Che apparisce di foco, et è un colore.

La vista ce patisce, e se sbarbaglia,
E pur dà gusto dà 'sto patimento;
È poi scialo maggior della marmaglia,
Delle botti vedè l'abbrusciamento;
Queste son piene di fascine e paglia,
Acciò 'l foco s'appicci in t'un momento!
Son vecchie e muffe, e i fonni più non hanno,
Posano in su tre sassi, e ritte stanno.

Si fa a posta si fa 'sta pò d'alzata,
Quanto che sotto pozza entrà una mano,
Pe' poterce da' foco, e accommodata
Una dall'altra sta poco lontano.
In dove hanno i palazzi la facciata,
Innanzi alli portoni, a mano, a mano,
Quanno pare che il giorno ormai s'annotti,
Filastrocche si fanno de 'ste botti.

Dove a un gran foco è più adattato il posto,
Dove le strade non so' gnente strette;
Nè il vicinato a' danni è sottoposto,
S'uno spazio assai granne s'intramette,
Tre botti, e ritte e pare, stanno accosto,
E un'altra, ritta pur, su ce se mette;
Acciò la fiamma sbarlanzà se pozzi,
Ne i larghi se ne fan più montarozzi.

In te le piazze, in pubrico ridotto,
In piccolo una cosa somigliante,
I regazzi, giocanno in sette o in otto,
Fan coll'ossi di persiche all'istante:
Tre di questi li mettono de sotto,
E un'altro sopra, e 'l popolo birbante,
Pe' conformarzi coll'antichi detti,
Lo ciama el gioco delli castelletti.

Una botte a più botti sopraposta.
Non è sforgio da tutti, e a parlà ciaro,
Chalche cosetta 'sta faccenna costa,
Nè ponno molti spenne 'sto denaro.
Però chi giù le spiana, e chi l'imposta,
Chi tre, chi quattro, chi ne mette un paro;
Brusciano l'artiggiani poverelli
Barili, barilozzi, e caratelli.

La festa principal, che dà la mossa
All'altre feste focareccie è quella,
Ch'ordinò la Città, che ha già commossa
Furia di gente, per annà a vedella.
Spunta piccolo foco, e poi s'ingrossa,
E fa na spampanata, che è assai bella;
È cosa vecchia in Roma, et ha gran fama
Per tutto, e la Girandola si ciama.

Ma perchè fatte han da vederzi prima
L'altre comparze, non conviè che ancora
Parli di questa, che fratanto in cima
Lasso del loco, in dove si lavora.
Pronta mò mò ritornerà la rima
A dir se come è fatta; ma per hora
Seguita a racconta co' i su' strambotti,
Il negozio dei lumi e delle botti.

Già s'è appicciato tutto l'appicciabbile,
E cominza una festa assai plausibbile,
L'illuminà, par cosa impraticabbile,
La Città tutta, e pur quest'è visibbile.
Ecco una luccicata memorabbile,
Che più d'un ciaro dì fatta è godibbile,
L'istesso sol ce se potrìa confonnere,
E però con raggion, s'annò a rasconnere.

È gustoso il vedè per aria alzarsi
El foco delle botti, allor che sbocca
Dalla parte di sopra, e assai slargarzi,
Nell'uscir dal recinto della bocca.
Si spanne, e folto poi va ad aguzzarzi
Quanto più sù, di svolicchià gli tocca,
Di fiamme il gruppo un monticel somiglia,
Che largo è abbasso, e in cima s'ossottiglia.

Mentre le botti son mezz'abbrusciate,
E da una parte cascareccie stanno,
Con un diluvio di saioccolate,
Vanno i regazzi a tozzolarle vanno.
Accompagnano a rocci le fischiate,
E danno gusto alla brigata danno,
E di saioccolarle mai non lasciano,
Sin che giù non traccollano, e si sfasciano.

O allora sì, che strillazzà si sente,
Sguazzanno in tel baccano la plebbaglia;
Chi gira intorno, e chi assai più valente
Verzo il foco con impeto si scaglia;
Zompa da parte a parte, e francamente,
Poi ritorna, e rizompa, e mai non sbaglia,
Perchè 'ste prove molto ben sa falle,
De salta su le fiamme, e non toccalle.

Ma poi c'è chalched'uno un po' marmotto,
Che pretenne mostrà la su' bravura;
Benchè habbia 'na vitaccia da fagotto,
Pur s'arrisica a fa' 'sta zompatura.
Si vede a mal partito poi ridotto,
Perchè slarganno el passo, la misura
Giusta non piglia, e libero non scampa
Dal foco, e ci urta almen con una zampa.

Di questo alla fangosa, ecco s'attacca
Il tritume del foco, e in fuggir via,
Colui, col piede stesso assai n'acciacca,
E più apparisce la su' goffarìa.
Resce alla fine, i piedi sbatte, e stacca
I carboncelli accesi, e partirìa
Pe' vergogna; ma resta, perchè vede,
Che l'istesso a molt'altri ancor succede.

Quanto più ponno li regazzi fischiano
Allora quanno 'sti gaglioffi ammascano,
Che zompà gnente sanno, e pur s'arrischiano
Et a farzi sbeffà gonzi ce cascano.
Fanno come i merlotti, che s'invischiano;
I bravi et i poltroni allor s'infrascano,
Prauso a quelli si fa, che ci riescono,
Contro chi sbaglia, le fischiate crescono.

Poi si da 'l sacco ai già cascati avanzi,
Et ecco nova buglia in campo scappa;
Chi verzo el foco va, chi curre innanzi,
Chi rubba i cerchi, e chi le doghe aggrappa.
Currono in furia e fan ch'ogn'un si scanzi,
Perchè, s'a urtarli chalched'uno incappa,
Nel moto, il foco piglia vento e intanto
Può sul grugno schizzà di chi gl'è accanto.

Parte al fine 'sta gente rompicolla,
E cert'altra ne viè, ma adascia adascia,
S'accosta allora, che non c'è più folla,
Cercanno l'util suo, che non è pascia.
Quella de zompi solo si satolla,
Ma questa poi se porta via la brascia
E n'impe un scallaletto o una padella,
La smorza in casa, e ne fa carbonella.

L'abbruscio delle botti, ecco è fornito,
Et ecco tutto il popolo rivolto
A uno spasso maggior, ch'è già ammannito:
Ch'è più sfavante assai, che piace molto.
Si fa nell'Alto, e assai famoso è 'l sito,
Fu quì Adriano Imperator sepolto,
E da lui prese il nome, e poi bel bello
Lo perze, oggi ciamannose Castello.

Di Fortezza real, giusto ha la foggia,
Sta in mezzo il Maschio, ch'è massiccio e tonno,
C'è in cima, in faccia al popolo una loggia,
In dove più perzone star ci ponno;
La soldatesca nei terrazzi alloggia,
Giù abbasso, e assai casuppole ce sonno,
E c'è loco scuperto, e cuperchiato
Più d'un cortile, e c'è insinenta un prato.

'Sto spazio così granne, viè rinchiuso
Da ben terrapienati muraglioni.
Le case matte pur ci son, per uso
Di chi sta in sentinella nei cantoni.
Aggiustati a i lor posti, e sotto e suso,
Stanno le colombrine et i cannoni,
Sventolicchiano in alto li stennardi»,
C'è il ponte levatoro, e i baloardi.

Di lanternoni in giro, il Maschio è pieno,
Ha la loggia di torcie il su' filaro,
E con questo gran lume in ciel sereno
Par che voglian le stelle, annar del paro.
Piantati i mortaletti in sul terreno,
Ch'è drento, già cominzano lo sparo;
Fan botte, a darne giusto il paragone,
Più d'un moschetto, e meno d'un cannone.

Fatto di bronzo o ferro è il mortaletto,
Grosso, corto, assai greve, e materiale,
E voto in mezzo, e come un boccaletto,
Ma senza panza, è da per tutto uguale;
Verzo il fonno da fianco c'è un buscietto,
E de fora, el su' manico badiale;
Questo puro è massiccio e grossolano,
E largo è quanto ce può entra una mano.

Così facil si renne a maneggiallo,
Ritto si posa in terra, e ci vuò doppo
Un che pratico sia pe' caricallo,
Che faccenna non è da falla un pioppo;
Di polvere si rimpe, e bigna fallo,
Perchè più strepitoso sia Io schioppo;
A forza di mazzate, e con gran stento,
Di legno un tappo se gli caccia drento.

Di questi già, fatta se n'è una spasa
Nel prato, e accanto al buscio piccinino,
Dove asciucca è la terra, e d'erba è rasa,
Di polvere si mette un montoncino;
Quanno è 'l tempo, e la gente esce de casa,
Pe' fa' verzo Castello el suo camino,
Col miccio in su una canna, come è l'uso,
Dà foco il bombardiero, e volta il muso.

Et ecco 'sta sparata fa la spia,
Ch'hora mai poco è 'l tempo, che ce resta,
E che ogni cosa in ordine già stia,
Pe' fa' della Girannola la festa;
Ecco si spara allor l'artigliarìa,
Ecco de prescia el selcio si calpesta
Dal popolo, ch'il loco a piglià viene,
Dove 'ste cose pò vedè più bene.

Strade, piazze, finestre, e loggie, e tetti
Son già rempite d'affollate genti;
Dove c'è più bel posto, e folti e stretti
Molti da molti son urtati e spenti:
Perchè poi senza tedio ogn'uno aspetti,
Si fa 'na sorte di trattenimenti,
Che se pò mette tra le cose belle,
Et è lo sparo delle pignattelle.

Di queste, ogn'una ha forma d'una palla,
Di canavaccio assai calcata, e dura,
Drento si mette prima d'inserralla,
Di polvere e di solfo una mistura.
C'è uno stuppino poi, per appiccialla,
Che quanno bruscia un bel pezzetto dura;
Ma foco ancor non se glie dà, che prima
Metterla bigna, a un certo coso in cima.

Sparata in man, farìa de' brutti scrizzi,
E però allor propio nisciun la tocca,
Ma perchè da sè stessa il volo addrizzi,
Sta d'un canal di bronzo in su la bocca.
Acciò in aria con impeto poi schizzi,
De sotto ha un mortaletto che la scocca,
In quel canale c'è una porticella
Giù abbasso, e il mortaletto entra per quella.

Ha quest'ordegno nome di Mortaro,
Bench'à un mezzo cannon sia somigliante;
Sta in su voltato, acciò in tel fa' lo sparo
Dritta la palla sbigni via frullante.
Se ne smaltisce un mezzo centinaro,
Una in tempo dall'altra un pò distante;
Allo stuppin de sopra, in primo loco,
Poi sotto, al mortaletto, si dà foco.

Sbalza questo la palla, e giusto quanno
Schizza lei dal mortaro, fa una botta
Forzi più d'un moschetto, e in su volanno,
Striscia di foco fa, gnente interrotta;
Va in alto assai, poi giù precipitanno
Torna, e appunto com'un quanno borbotta,
Fa uno strepito fa sommesso e roco,
Che cresce più, quanto più cala il foco.

Se nel cascà a drittura, a caso piomba
Su chalche tettarello, lo sfragassa,
S'è debbole, perchè pesa che spiomba,
E talvolta il soffitto ancor trapassa;
Pe' le stanze lo strepito ribomba,
E quel male che pò, di far non lassa;
Chi ci abbita, assai granne ha la paura,
E se c'è danno rimedià procura.

Mentre che su le loggie si racconta,
Qual casa habbia patita la burrasca,
Un'altra pignattella ecco s'affronta,
Che sopra il ciel d'una carrozza casca.
Chi c'è drento, in un attimo giù smonta,
Ch'a restà fermo lì, non gli ricasca;
Il caso è vero che si manna in zurla,
Ma in realtà non è cosa da burla.

E puro strilli, e schiamazzate a josa
Si sentono, e fischiate a 'ste perzone,
Ma si fa buglia più ridicolosa,
Se casca tra le femmine pedone:
Allor sì, che si spazza la calcosa,
Chi strepita, chi fugge, in un portone
Chi si salva, chi drento a 'na bottega,
Chi per entracce il bottegaro prega.

È cosa a fè da strabilià, che spesso
Al popolo, che quanno fa del chiasso,
Gli pare giusto di sguazzà, l'istesso
Suo pericolo ancor serve di spasso;
Accosì propio gli succede adesso,
Che non sa dove assicuràne il passo
Pe' scampa da 'sto foco in aria mosso,
Pur vuò sciala col precipizio addosso.

Nova striscia fra tanto in alto s'alza
D'un'altra pignattella, che de botto
Casca in tel fiume, e sopra l'acque sbalza,
E poi pel peso ch'ha, va un pezzo sotto;
Per la forza del foco si rialza,
E allor sul ponte in quantità ridotto
El popolo a vedè sta con diletto,
Su l'acque, arder il foco un bel pezzette

Ecco alfin della festa principale
Vie 'l tempo, e la Girannola è ammannita,
Già da lontano se ne dà 'l segnale,
E la gente ce sta ben avvertita.
Si sparano sul Monte Quirinale
Altri pezzi, e 'na torcia comparita
Su 'na loggia s'aspetta d'osservarzi
Un popolo di razzi in aria alzarzi.

Il razzo d'un cannello ha la figura,
Che su un bastone tondo viè infasciato
Da carte sopra carte, e poi s'indura
Messo all'aria, assai ben prima incollato;
Vicino a i capi ha doppia strozzatura,
Polvere l'impe con carbon pistato
Quanno ch'è ben asciutto, e lo stuppino
Dalla parte de sotto esce un tantino.

Allor da un forte spago stretto bene
Si lega a una cannuccia, e questa avanza,
Perch'è più longa, e con la man la tiene,
Chi vuò sparallo, e poi la vita scanza:
Lo stuppino, ch'è sotto, ad arder viene,
Perchè col miccio, com'è costumanza,
Colui te gli da foco, e questo cresce;
Di mano il razzo allor, subbito gl'esce.

Ma perchè su in Castello è differente
Il modo di sparalli, io però lasso
Di raggionà di questi, et al presente,
Di quelli a dir l'alte strisciate io passo.
S'incominza, e da loco, ch'è eminente
Ne calan dui, su stese corde abbasso
Con furia tal, che parano saette,
E danno foco a due girandolette.

Non fanno queste gran compariscenza,
Perchè de' razzi c'è poca sustanza,
Nè se pozzono mette in competenza
Della granne, che già sta in ordinanza.
Sol nella quantità c'è differenza,
Che, ce saria per altro l'uguaglianza;
Pur sono, se chalch'un le paragona,
Quelle le serve, e questa la patrona.

Da dui travi addrizzati in quel contorno
A i fianchi della loggia, ma de sotto,
Le piccole girannole s'alzorno,
Quasi all'altra volessero far motto.
Ma il modo, con che i razzi si sparorno,
Che già de prima favano un ridotto
Su le punte dei travi, il dico adesso,
Con raccontà dell'altri il modo istesso.

Allo scuperto in sopra della loggia,
Tavolato majuscolo è disteso,
Che ha sotto i su' puntelli, e ce s'appoggia,
In maniera che stabbile s'è reso;
È largo e longo, e fatto quasi a foggia
D'un cimbolo, ch'in giù quant'è più steso
Più stregnenno si và; ma è differente,
Che nella coda non è storto gnente.

Fatto così di tavole 'sto piano,
Tutto tutto quant'è di busci è pieno,
Ce se mettono i razzi, a mano a mano,
Che di quelli non son nè più nè meno.
Sol però le cannuccie indrento al vano
Passano delli busci, ma il ripieno,
Ch'è il razzo stesso, perch'è un pò grossetto,
Non passa, e l'impedisce il buscio stretto.

Su 'sto palco una selva ecco apparisce
Di razzi, et un canneto sotto pende,
Poi di polvere il piano si rempisce,
Ch'accanto alli stuppini si distende.
Principio allor si dà, dove fornisce
Il tavolato, e il foco lì s'accende,
Arde de posta la materia arsiccia,
E la stuppinerìa tutta s'appiccia.

Ecco un spruzzo di razzi, e basso e stretto
In tel principio, e poi s'alza e si slarga;
D'una fontana giusto fa l'effetto,
Che sbruffanno all'in sù sempre s'allarga;
Più che crescenno và, più dà diletto
La spampanata risplennente «e larga;
Vien giù massa di lumi, e rimpe l'occhio,
E ogni razzo in calà, ce fa 'l su' scrocchio.

Come assai folte grondano le stille
D'acqua piovana in tempo della state,
Così appunto una pioggia di faville
Cascà si vede, doppo le scrocchiate;
Si spandono per aria, a mille a mille,
E resta, (ancora queste dileguate,
Ch'in poco tempo se ne fa 'l consumo),
D'una festa sì bella, erede il fumo.

Le due girannolette sorelline,
E la girannolona majorasca,
Li scoppi, che si sentono in tel fine,
Quanno la razzarìa, tutta giù casca,
Le sfavillate jofe e pellegrine,
Di botte, fumo e foco una burasca,
Son cose belle sì, ma a parlà schietto,
Il finir troppo presto è il lor difetto.

Hor mentre la materia è già tutt'arza,
E in fumo, svolicchianno, s'è disperza,
De fatto se ne viè nova comparza,
Che da quella di prima è un pò diverza;
Fiamma questa non è, pell'aria sparza,
Che solo a un batter d'occi si sia sperza,
Ma ben goder la pò la gente accorza,
Perchè, non così subbito si smorza.

È questo un foco artifizìaro, e messo
Su i tetti della loggia, et è uno spasso
Il vedè razzi in quantità, che spesso
Schizzan di qua e di là, d'alto e d'abbasso.
L'occhio ce se confonne, e nell'istesso
Confonnersi ci ha gusto, et al fragasso
De i scoppi assai gagliardi, ce s'accorda
Il chiasso delle genti, e l'aria assorda.

Ci son poi certi razzi mazzocchiuti,
Che vanno su per aria, lenti lenti,
E quanno a un certo segno son venuti,
In giù se ne ritornano pesenti;
Scoppiano e partoriscono, minuti,
Più razzetti in un sbruffo, e partorenti
Puro questi son doppo, e in modi ignoti,
Nascon da un razzo sol, figli e nipoti.

Un'altra sorte poi ce n'è, che puro
Fa del fragasso, quanno cala, e scoppia,
Foco sbruffa in più parti, e in te lo scuro
Una luce, in più luci si raddoppia:
Scappa la gente a metterzi in sicuro,
E chalched'uno, in tel cascà si stroppia.
La folla più si stregne, e più s'aggruppa,
E con difficoltà poi si sviluppa.

Oltre i già detti, un'insolente razza
Ancor ce n'è, ch'a pochi la perdona.
Scurrenno va, come una cosa pazza,
E salta, e gira, et a più d'un la sona:
Va serpeggianno, e par che dia la guazza
A questo e quel. Mò verzo una perzona
S'avvia, mò verzo un'altra el corzo addrizza,
Poi torna arreto, e in altro loco schizza.

Questi son certi razzi a posta fatti,
Pe' mettere in bisbiglio i circostanti,
El nome se gli dà di razzi matti
Perchè so' sregolati e stravaganti;
Fanno ben spesso, che la gente sfratti
Da dove stava, e dove pò si pianti.
Chi smarrisce il compagno, e chi 'l parente,
E chi fiottà, chi schiamazzà si sente.

C'era una giovenotta capo ritto
Co' scuffie e sfettucciate in sul crapino,
E benchè havesse un abbito un po' guitto,
Del capo il conciamento era zerbino.
In quel gran parapiglia, tutto afflitto,
Il marito, ch'a quella era vicino,
Lontano spinto fu. Fece 'sta cosa
Un'ondata di gente impetuosa.

Lui gira, e cerca, e in mezzo della folla
Pe' poterci passà, fa le su' prove,
Rifibbia gomitòni, e te l'azzolla,
S'incoccia chalched'uno, e non si move.
Chiama, e strepita forte: «Gnora Tolla!
E dove sete gnora Tolla? e dove?»
Lei non lo sente, e lui s'impazientisce,
Quanto la cerca più, più la smarrisce.

Pur si tribbola assai quella meschina,
Che fra la gente sta smarrita, e sola;
Va sguercianno qua e là la poverina,
E non s'arrischia a proferì parola.
Smorta, com'una rapa, si tapina,
Poi fatta rascia, com'una brasciola,
Chiama il marito a nome, e il chiama invano
Che lo portò la calca assai lontano.

Come attorno alla trippa il gatto sgnavola,
Che sta a un ciodo attaccata, e lui discosto,
Come fanno le mosche in su una tavola
Dove zuccaro, o mele fu riposto,
Come i moschini attorniano la cavola
D'un caratel, che pieno sia di mosto;
Così del caso accortosi, furòne
Gira intorno a costei più d'un moscone.

PATACCA lì vicino attento stava,
Sol pe' vede, se quanno si fornìva
Laùt el foco, e perchè assai durava,
Ce pativa aspettanno, ce pativa.
Subbito che 'sta festa si spicciava,
Dell'altre alla comparza si veniva:
Di mette in mostra quel, che lui teneva
Di già ammannito, l'hora non vedeva.

Bisbiglià sente intanto i formicotti,
Ch'attorno a Tolla favano spasseggio,
E dal foco d'amor già mezzi cotti,
Di quella tutti annavano al corteggio;
S'accosta, e la pastura a tanti jotti
Penza levà, che non pò havè per peggio,
Che quanno se n'accorge, o che gl'è detto,
Che si perda alle femmine il rispetto.

Domanda con creanza, se ch'è stato,
Subitamente fu riconosciuto,
E ciamato pe' nome, e salutato,
E ci hebbe da vantaggio il benvenuto;
Di Tolla il caso gli fu raccontato
Da uno di coloro, il più saputo.
Lui s'accosta, la guarda, e queto queto
Si tira con modestia un passo arreto.

Ma lei, che spesse volte haveva inteso
PATACCA mentovà da su' marito,
E lodà molto, e sempre l'havea creso,
Com'era appunto, un giovane compito,
Vedenno che di lei penzier s'è preso,
E che non solo, non è gnente ardito,
Ma savio, rispettoso, et onorato,
Consolatasi un pò, ripiglia fiato.

Gli chiede in grazia, ch'a cerca glie vada
El su' marito Titta scarpellino,
Che starà tra la folla in quella strada,
Perchè perzo se l'era lì vicino;
Che l'havrìa cognosciuto ad una spada,
Che haveva alla turchesca, a un barettino
Da marinaro e camisciola gialla,
A un mazzo di fettuccie in su 'na spalla.

«Non accurre vogliate affatigarvi,
- Disse allor MEO, - nel darmi i contrasegni,
Ch'io lo cognosco, e pozzo assicurarvi,
Che bisogno non c'è, che me s'insegni;
Ma non è cosa sola qui lasciarvi,
Vostrodine pe' tanto, non si sdegni
Di venir via con me, che non conviene
De fa' più qui 'sta fiera, e non sta bene.

Non voglio propio che restiate sola,
Ma da una ciospa, ch'è de garbo assai,
Che ha qui vicina la su' rampazzola
Ve menerò pe' favvi uscì de guai.
Starete da 'sta bona donnicciola,
Che col penziero già ricapezzai,
Fin che quà torno, e de trovà m'ingegno
Vostro marito, e a lui vi riconsegno».

Sentì la donna, e un bel pezzetto, incerta,
Considera penzosa i fatti suoi;
Ma riflettenno a sì cortese offerta
Disse: «Farò, quel che volete voi».
'Sta bona volontà lui, clia scuperta,
Dice alla gente: «Ogn'un si scanzi. A noi!
Cos'è 'sta buglia? Tutti si slargorno,
Tolla e PATACCA liberi passorno».

C'è talhora un astuto bottegaro,
Ch'in tel cuccà la gente, ce se spassa;
Aggiusta chalche sorte di denaro
In strada, dove il popolo più passa;
Ecco truppa di gonzi, tutti a un paro,
A coglier la moneta ogn'un s'abbassa;
Ma il bottegar, ch'è tristo, e stà alla mira,
Perch'a un filo è legata, a sè la tira.

Ciascun di quei marmotti si stordisce,
E resta for di sé, se all'improviso
La moneta dall'occhi gli sparisce,
E l'un coll'altro allor si guarda in viso.
Così ogn'un de i cascanti ammutolisce,
Nè più fa 'l Ganimedo, nè il Narciso,
Ma resta come un tonto, allor che vede
Sparir la bella donna, e appena il crede,

Serve a costei de bravo, e glie fa scorta
PATACCA, che scarpina con la Gnora,
Và dov'abbita Tutia, e giù alla porta
La fa venì fischiandoglie de fora.
Lei gnente si trattiè, ch'assai gl'importa
A PATACCA ubbidir; lui dice allora:
«Vi consegno 'sta giovane, tenete,
Et il perchè, da lei lo saperete».

Tolla glie lassa, e quella su la mena,
E qui succede un caso assai gustoso,
Perchè sopra c'è Nuccia, c'ha gran pena
Pe' li suspetti del su' cor geloso;
Era venuta lì con Tutia a cena,
Per annar poi pel giro luminoso
Delle pubriche strade, or queste, or quelle
A vedè feste, et altre cose belle.

Un altro caso pur a MEO successe,
E di questo di Tolla, assai più brutto,
E poco ce mancò, che non facesse
Steso sbiascì lo scarpellin frabutto,
Com'il garbuglio poi, principio havesse
Lo dirò adesso, raccontanno il tutto;
E se il foco a Castello è già mancato,
Più di quello non parlo, e piglio fiato.

Fine dell'Ottavo Canto

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