Sonetti Romaneschi
Da cristiano! Si mmoro e ppo’ arinasco, Pregh’Iddio d’arinassce a Rroma mia. (G. Belli)

Meo Patacca - Canto 10°

Giuseppe Berneri

ARGOMENTO

Seguita ancor la festa, e 'l prauso dura,
E il regazzume spara zaganelle;
Si vedon fatte con architettura
Machine nove, et altre cose belle.
Un villano, che fece la figura
Di Gran Vissir, ci hebbe a lassà la pelle;
MEO, di farlo curà l'assunto prese,
E pur ci fù, chi dirne mal pretese.

Già della notte la prim'hora è scorza,
Passata è la seconda, e ancor la terza,
E sempre più la calca si rinforza,
Ch'arriva tuttavia gente diverza.
In lochi stretti el popolo s'intorza,
S'a caso una carrozza s'intraverza,
Di regazzi una truppa intorno sparza,
Allora di ripieghi non è scarza.


Non dico già, che di scanza' procuri
Il risico, che curre ogni perzona:
Anzi pare, che propio non si curi
Del pericolo, e a quello più s'espona;
Acciò che chalche donna si spauri,
Hanno una certa scola un pò barona,
D'accostarzi pian pian vicino a quelle,
E col miccio sparà le zaganelle.

Si fan queste di carta un po' grossetta,
Che di polvere s'impe, e poi si piega;
Come in sè si raggruglia una serpetta,
Così questa in sè stessa si ripiega.
Perchè poi stia ben riquadrata e stretta,
Con un spago nel mezzo allor si lega,
E fattone a 'sto modo un fagottino,
C'è in cima, et esce in fora, el su' stuppino.

Ne fanno li ragazzi un capitale»,
Che più dir non si pò, pare uno scrocco,
Chi assai non se ne crompa, e ogn'una vale
O due quatrini, o al più mezzo baiocco;
Hanno un genio maligno di far male,
Mò fanno spaventà chalche marrocco,
Con vederzi attaccà foco alli panni,
Mò le donne co' strepiti assai granni.

Un de 'sti ghinaldelli, ecco s'abbassa,
Quasi vicino a terra, e prestamente
La zaganella appiccia, e poi la lassa,
Dove stà ferma e folta più la gente.
Doppo, via presto scivola e trapassa.
Pe' la folla con impeto, e tiè mente,
Ma però da lontano, e sta a vedene
La zaganella, se si porta bene.

Questa di lì a un pezzetto, e foco piglia,
E sbalza via de fatto, e salta, e scoppia;
Quanno sta pe' finì, forza ripiglia,
Le scoppiature e i zompi allor raddoppia.
La gente, ecco si slarga, e si scompiglia,
E colui come quaglia in te la stoppia
Tra la folla appiattatosi se tratta,
Che tra di sè, di ridere si schiatta.

Osserva certe femmine zerbine,
Che strillano, e salticchiano in vederzi
Le faville attaccate alle vestine
Et ai zinali, e fan de' brutti verzi;
Se ci hanno core allor le signorine,
Glie bigna rimedià, pe' non tenerzi
El foco addosso, e a fè, non se ne burlano,
Ma presto presto, le faville scurlano.

In più lochi insolenze de 'sta sorte,
Fanno i regazzi, e l'un dall'altro impara,
E nel zaganella, maniere accorte
D'haver procura ogn'un di loro a gara.
C'è spesso, chi li tozzola assai forte,
Et allor sì, ch'assai gli costa cara
La loro insolentaggine, che molti
Nel fatto, a cavaliere ce so' colti.

Et oh! quanto a costoro gli sta bene,
Che ci sia chalched'un che li rifili,
Perch'è assai gran ardir, e non conviene
Far alle donne atti così incivili,
Di zaganelle, haver le mani piene,
E annar facenno spari puerili.
È ver che MEO gli dette ampia licenza,
Ma non di far ad altri impertinenza,

C'è chalch'homo de garbo e risentito,
Che gira con le figlie e con la moglie;
Che non habbiano affronti sta avvertito,
E mai da 'sto penzier non si distoglie;
Ecco con zaganelle un frasca ardito
Ce s'arrisica, e quello ce lo coglie,
E quanno giusto sta pe' fa la botta,
Te lo schiaffeggia e te lo scappellotta.

Perchè 'sta razza della Cappellina,
Più ce vuò profidià, quant'ha più busse,
El baroncello fa una ramanzina,
Come s'a torto rifilato fusse:
Va via rognanno, e non si ferma, inzina
Che di Bassà, Vissir, o di Chiausse
Non trova altra comparza, e gente nova,
Qui dell'astuzie sue torna a far prova.

Mò lesto la fa netta, e non c'è colto;
Mò buscia gli riesce, e ci ha de guai
E da i compagni, dov'è il popol folto,
Si fa 'sta giocarella pur assai.
Ma lassamoli fà, che poco o molto
Ci han de crostini, e dir si senton: Ahi!
Perchè gli dà, chi ha rabbia soprafina,
Pugni che fanno ribomba' la schina.

Un altro curre come fa un lacchè,
Dove la gente ad affollarzi và,
Ritto ritto un bastone in mano tiè,
E sopra un cerchio congegnato stà.
Qui più d'un razzo attorno attorno c'è,
Prima in terra colui foco gli dà,
Poi giran le faville, e cascan giù,
Mentre currenno, lo tiè alzato in sù.

El popolo si scanza, e gli dà 'l passo,
Non volennose mette in compromesso,
Perchè quel foco in tel casca giù abbasso,
Fà delli brutti scrizzi, e bene e spesso.
Vestito un altro poi da babbuasso,
Finge d'esser un Turco, che dismesso,
E lacero, e pezzente, et in rovina
Si dà pugni, si sgraffia, e si sciupina.

In tel mezzo del popolo si caccia,
E smania, e smorfie fa da disperato,
Quell'abbito, ch'ha addosso se lo straccia.
Che con più pezze unite era aggiustato.
Tira le toppe a più perzone in faccia,
Che son piene di pece, e se infoiato
Calch'uno, pe' 'st'affronto lo scapiglia
E sgrugnoni gli da, lui se li piglia.

Più si va innanzi, più s'incontra robba,
Da sganassà di ridere a vedella;
In figura d'un turco con la gobba,
Uno sta ritto su 'na botticella,
Taffia con un cucchiaro certa bobba,
Ch'è messa pe' minestra in t'una tiella,
E scritto sul turbante c'è 'sto motto:
Stroppio, spiantato, a mendicà ridotto.

Sopra un banco più in là, puro di carne
Un altro sta su in piedi, et è alla vista
E per quello ch'ogn'un pò giudicarne,
E per l'atto in che sta, turco abbachista:
Fà conti e s'affatiga di rifarne
Co' i deti, e perchè sbaglia, si contrista;
Va storcenno la bocca, e se la sgarba,
E si strappa li peli dalla barba.

Giusto è vestito come un homicciolo,
Ch'è tutto cenci: al fianco ha 'na scudella,
È infasciato da un straccio il cucuzzolo,
Sotto il braccio mancino ha una stampella.
Pende dal collo de 'sto stracciarolo,
Con un laccio attaccata una cartella
Dov'è scritto così: Questo m'avviene,
Perchè non seppi far li conti bene.

Passata poi 'sta cianfonèa burlesca,
C'è 'na machina soda et assai degna;
È circondata dalla soldatesca,
Acciò non c'urti 'l popolo e la spegna.
Forz'è che cosa nobbile riesca,
S'opera è d'uno, ch'assai ben disegna,
E ci hanno in più figure, e senza motti,
Molto da interpretà l'homini dotti.

Sopra un palco di tavole assai lisce
Da grossi et alti travi sostenuto,
Depinto un mattonato comparisce,
Ch'il più superbo mai non fu veduto.
Un trono assai magnifico apparisce,
Et il Gran Turco ce sta su seduto,
Stregne lo scettro con la man tremante,
E tiè su la capoccia el gran turbante.

Sta in atto, d'un che guarda sbigottito
Cosa, che troppo la su' vista offenne;
Par, che voglia fuggì, ma che impedito
Dal suo terror non pozza i passi stenne,
Un numero di turchi scompartito
Di quà e di là per longo si distenne,
E ogn'un di questi le lanterne attento
Tiè in sù voltate, piene di spavento.

Non son già queste nò finte figure,
Ma tutti quelli delle due spalliere,
Che fann'ala al Gran Turco, e questo pure,
Homini vivi son di brusche cere.
Stanno aggiustati in varie positure,
E ce si sanno fermi mantenere,
Et è cosa assai bella da vederzi,
Star facenno d'orror atti diverzi.

In aria sta con semetrìa pendente,
Non senza maraviglia di costoro,
Misser Febbo, ch'è tutto risplendente,
E scialo fa con la su' cioma d'oro.
L'arte si vede qui d'homo intendente,
Perch'è 'no squisitissimo lavoro,
Sotto in chalche distanza l'ale spanne
In faccia al sole, un'Aquila assai granne.

Questa pur congegnata con maestrìa
Sta in aria riguardanno fissa fissa,
El bel pianeta, e par ch'intenta stia,
Più a vagheggiallo, più ch'in lui s'affissa.
C'è poi sotto di lei pe' dritta via
'Na mezza luna, e l'Aquila l'ecclissa,
Se con la spampanata delle penne,
Glie para el Sole, e scura assai la renne.

O adesso sì, eh' il popolo s'affolta,
E l'occhi dalla machina non leva;
Et ecco a un tratto l'Aquila si volta,
Quasi dal Sole l'ordini riceva,
Solo a forza d'ordegni si rivolta.
Giù per un fil di ferro, che pendeva
Inverzo el palco se ne vie fugata,
E da alla luna da solenne urtata.

All'impeto del moto, che fa questa,
Cede quella, e s'aggruglia, et allor passa
L'Aquila, che scurrenno, la calpesta
Con le gran zampe, e quasi la sconquassa.
Seguita il volo poi verzo la testa
Del Gran Turco, e col becco gli sfragassa
Il turbante, parendo un atto vero,
Questo per opra sol dell'ingegniero.

Benchè sano apparisca, in giro vasto,
El turbante veduto un po' discosto,
Perchè all'istante haver potesse il guasto,
Tutto quanto di pezzi fu composto.
Come intiero sul capo era rimasto,
Perch'eran quelli stati messi accosto,
Chi vicino sul palco non gli stava,
Fatto tutto d'un pezzo lo stimava.

Però appena dall'Aquila fu tocco,
Che svolazzanno a precipizio venne
Giù pel ferro filato, che de brocco
Si disfece, e più unito non si tenne.
Crede chalch'un di quelli, ch'è un po' gnocco,
Che l'animal da sè mova le penne,
S'è così bello e così ben dipinto,
Che pare natural, quanno ch'è finto.

Propio apparì, che il berettin turchesco
Dall'ucello real si lacerasse;
Stupì, non solo il popolo donnesco,
Che non capì, come la cosa annasse,
Ma si maravigliò pur l'hominesco,
E ben fu poi dover, ch'ogn'un ghignasse
Mentre il turbante al turco si sminuzza
In tel vedegli nuda la cucuzza.

Pare, col solo ciuffo, un babuino,
S'arrizza pe' scappà, ma con fragasso
El trono se gli sfonna, e a capo chino
Lui taffe, tiritombola giù abbasso.
Dell'aquila, ch'assalta el malandrino,
E del soglio, che tutto va in sconquasso,
Assai facili i moti furno resi,
Da corde, rote, molle e contrapesi.

Fornitasi così 'sta bella vista,
Smorzano i lumi, e resta l'aria oscura,
Perchè non vada chalche Dottorista
A riconosce la manifattura.
Che i ficcanasi, a farne la rivista
Se n'annariano là, cosa è sicura,
E poi tra questi chalche testa secca
C'è sempre, ch'alle cose da la pecca.

Le genti alla rinfusa si sparpagliano,
Se alla sfilata tutti se la cogliono;
Dell'ordegni discorrono e si sbagliano
Molti, che i sacciutelli far ci vogliono;
Come le cose viste si sbaragliano
Dicono de sapè, ma poi s'imbrogliano
E litiganno fra di lor bisbigliano;
Pescà non sanno al fonno, e granci pigliano.

Però chi ha un po' de musica et è forze
Pratico del mestier, non si confonne;
Dell'artifizio molto ben s'accorze,
E lo diciara all'homini e alle donne.
Poi del significato si discorze,
E chi a un modo, chi a un altro interpretonne'
L'atti delle figure, e assai parole
Si fecero da molti intorno al Sole.

Ogn'un dice la sua; ma chi è sapiente
Ben sà, che questo è di raggion quel lume,
Che di chi regna illumina la mente,
E ch'insegna ad havè savio costume,
Consiglia a gastigà dovutamente
Chi 'l giusto offenne, e farzi reo presume;
Così al Turco successe, e ben gli stette
Il gastigo, che l'aquila gli dette.

Viè ogn'altra cosa ancora a interpretarzi,
E glie se dà la su' significanza:
Del turbante spezzato ricordarzi,
Fava rider la gente a crepapanza.
L'havè poi visto giù precipitarzi
Quel Turco indegno, e nella su' cascanza
Sbalzargli via lo scettro, ben mostrava,
Ch'annà presto in rovina gli toccava.

In tel farzi 'sti belli discorzetti,
Va 'l popolo cercanno in altre banne
Chalch'un'altra comparza, che diletti,
E che faccia spicca grolie alemanne.
Trombe, tamburi e botte di moschetti,
Ecco, che co' 'no strepito assai granne
Sentir si fanno, e presto ogn'un là, dove
Si sente quel rumore, il passo move.

Come sferra un polletro a briglia sciolta,
Quanno col nerbo lo scozzon lo batte,
Così, più d'un birbante a quella volta
Battenno il selcio và con le ciavatte;
Chi ritto curre, e chi le strade svolta
pe' fà le scortatore, e come matte
Zampettano le femmine, e parecchie
Lassano sino addreto le lor vecchie.

Ecco che s'incominzano a scropìne
Torcie assai, ch'a dispetto della notte,
Fanno in aria un bel lustro comparìne,
I soni più ribombano, e le botte;
Un chiasso, un calpestìo se fa sentìne
Di gente, che veniva a flotte a flotte;
Il popolo, che già affollato s'era
Si slarga, e gl'incominza a fa' spalliera.

So' i primi a comparì nello squatrone
Due trombetti abbottati in te le guancie;
Van sonando, e le trombe, pennolone,
Han due striscie di drappo con le francie:
Sgherri armati di stocco o di spuntone
Vengono doppo, e fan bordelli e ciancie
Con tutto scialamento e con baldoria,
E danno segno d'una gran vittoria.

Mentre tutti chalch'arme in mano tengono,
La gente, ai muri, d'accostà procurano.
Due tamburrini doppo loro vengono
Ch'a mani doppie sempre più stamburano;
Passati questi, poco si trattengono
Sgherrosi moschettieri, che figurano
I vincitori, et ecco già s'accostano,
Et ogni tanto, pe' sparà, s'impostano.

Foco danno col miccio, e più d'un schioppo
Si sente a un tempo stesso, e chi ha sparato,
Senza fermarzi, seguita 'l galoppo,
E te la fa da pratico soldato;
Non sol non si trattiè poco nè troppo,
Ma spara appena, e ha già ricaricato,
E si sente in guerrifiche maniere
La sinfonia di botte moschettiere.

Con armature poi capitaniesche,
Fingenno i trionfanti, a passi gravi,
Circondati da belle soldatesche
Vengono quattro sgherri de i più bravi.
Con giubbe un po' barone, ma turchesche
Van dreto seguitanno molti schiavi,
E ogn'un di loro comparì si vede,
Co' 'na catena al collo e un'altra al piede.

Vestito poi da Turco commannante,
E più d'ogn'altro incatenato forte,
Veniva il Gran Vissir, quasi spirante,
Parenno giusto un condannato a morte.
Annava col cotogno tremolante,
Con occi piagnolosi e guancie smorte,
Et a fa' 'sta funzion capato s'era
Un secco, un smunto, un di cattiva cera.

Villano era costui, ma sciotarello.
E bignò ch'un tal homo si capasse,
Perchè fargli strapazzi e questo e quello
Potesse, e queto lui li sopportasse:
Stava a cavallo sopra un ciucciarello,
E ogni poco pareva che cascasse,
Che pe' natura assai sguajato annava,
E poi, con arte ancor, ce s'ajutava.

È vero ch'era questo un Turlulù
Di quei, che vivon alla Babbalà,
D'annà facenno, pur capace fù
Le smorfie, che gli seppero insegnà.
Pareva un barbaggianni et un cuccù,
Si lassava da tutti strapazzà,
Tante e tante il bagèo ne sopportò,
Ch'uno pel verzo alfin glie la sonò.

Di sbeffe, ingiurie, urtoni, e spuntonate,
El povero merlotto a furia n'hebbe,
Nè gli mancorno gran merangolate,
E il furor, contro lui, sempre più crebbe;
A tanti stratii, a tante tozzolate,
Ogn'altro ammuinato si sarebbe,
Ma lui sta tosto ancor, quanno sul babbio,
O la fanga gli tirano, o lo stabbio.

Quest'era un certo 'fogno vignarolo,
Che quasi verzo sera, con la moglie
Arrivò in Roma, e si po' dir che solo
Venuto fusse al bagno pe' le doglie».
Lo conosceva Mommo Sassajolo,
Che co' smorfie grandissime l'accoglie,
E gli fa attorno più d'una monina,
Pe' poi mettelo quasi alla berlina.

'Sta coppia villanesca era venuta
A cavallo, in città, commodamente,
Havevano però testa orecchiuta
Le bestie loro sumarescamente.
Sul basto era la femmina seduta,
Ma l'homo a usanza della maschia gente,
E l'asino di Togno è quello stesso,
Sopra del quale ci cavalca adesso.

L'astuto romanen seppe dir tanto,
Sin ch'a forza di chiacchiare e promesse
Indusse il gonzo a dir, che tutto quanto
Fatto haverìa quello che lui volesse.
Veste, turbante, e vissirresco manto
Trovati a posta, addosso te gli messe;
Pel gran gusto, c'haveva quello sciorno,
S'annava riguardanno attorno attorno.

La moglie, che ciamavase Marzocca
Pe' sopranome, essenno assai bocciacca,
Del su' marito gnente meno è sciocca,
Come lui, va sciattona e assai zambracca.
Sta intontita a guarda, senza aprì bocca,
Mentre il sozzo gabbano e la casacca
Si leva a Togno, e addosso se gli ficca
Una giubba assai nobbile, assai ricca.

Vedenno Togno suo così addobbare.
Che lei cosa magnifica la cresce,
Si lassò facilmente inzampognare,
Ma adesso adesso, imparare a su' spese.
Pe' raccontà 'sto fatto alle commare,
Non vede l'hora de tornà al paese,
E dir che in Roma, e in festa sì sforgiata ',
È annato su' marito in cavalcata.

Mentre s'avvia 'sto finto personaggio
Con la gran turba dell'armati sgherri,
Un pò lontana lei seguita el viaggio,
Che non vuò che la calca la rinserri.
Se ne viè moccolona a su' vantaggio,
E come si suol dir, raccoglie i ferri,
Perch'in sopra al su' ciuccio in quella festa,
Fra tanti e tanti lei l'ultima resta.

Et ecco che incominzano li guai
E i malanni di Togno el poveraccio,
Che maltrattà si sente, et horamai
Quasi tutto gl'ammaccano il mostaccio.
Non si tirano scorze a' Tumellai,
Perchè avvezzato il romanesco braccio
A ben sajoccolà, quello che tira
Va giusto dove si pigliò la mira.

Pel continuo strillà della marmaglia,
Non pò sentì Marzocca le battute,
Che, come si suol far su 'na muraglia,
Si fan di Togno su le spalle ossute.
Anzi la pacchiarotta assai si sbaglia,
Perchè da lei, ch'è gonza, son credute
Grolie le sbeffe, et i plebbei schiamazzi
Apprausi lei li stima, e so' strapazzi.

O quanto è ver, che quanno men si penza
A 'na disgrazia, quest'allor più arriva,
E spesso ce lo mostra la sperienza,
Che da i contenti stessi il mal deriva.
Marzocca gnente haveva di temenza,
Anzi ch'allegra assai se ne veniva,
E puro una sventura gl'è ammannita,
Che quasi a Togno ha da levà la vita.

Un certo Marangone forestiero,
Che non havea ciarvello per un grillo,
Venne a vede 'ste feste, con penziero
D'osserva tutto e a casa sua ridillo.
Fu alloggiato costui da un locandiere,
E curze alla finestra al primo strillo
D'una truppa di gente, et in vedella
Domanna che cos'è, che buglia è quella.

Sente da tutti dire: «O bene! o bene!
Il Gran Vissir, il Gran Vissir è questo:
Come carico tutto è di catene!
E come in faccia è sfigurato e mesto!»
Lo scialèo gnente allora s'intrattiene,
Ma un schizzetto da caccia presto, presto
Caricato a palline in mano prese,
Che s'era già portato dal paese.

Schiaffa drento una palla, e pien di stizza
Ritorna alla finestra, e messo fora
El cacafoco, inverzo giù l'addrizza,
Pe' poi sparallo, quanno sarà l'hora.
Un certo error del su' penzier l'attizza
Contro quell'infelice, e perchè mora,
Di fare li su' sforzi già disegna,
E stima, il farli, un'opera assai degna.

Pe' certo lui teneva che il villano
Fusse il vero Vissir, ch'a VIENNA bella
Ardì de fa quel brutto sopramano
D'assedialla, pe' poi sottomettella.
'St'inganno causa fu dell'atto strano,
Che, messosi costui in sentinella
Alla finestra, fece, allor che passa
Il finto Turco, mentre il cane abbassa.

Spara alla volta sua, fischia la palla,
Ma, o fosse il moto del villano, o il caso,
Solo di sbiescio gli toccò 'na spalla,
Le migliarole, poi le guancie e 'l naso.
Il ferito dall'asino traballa,
Resta col capo pennolone e raso,
Che l'havevan già toso, e in tel piegasse,
Bignò bè ch'il turbante gli cascasse.

Perchè giù non tracolli, uno l'abbraccia,
Lui smonta, e sbalordito si spaventa,
Gli va colanno el sangue pe' la faccia,
E come un morto pallido diventa.
Ogn'un s'accosta, innanzi ogn'un si caccia,
Si fa 'na buglia granne, e non è lenta
La man di molti, mentr'è lui svenuto,
Nel mettelo a sedè, nel dargli ajuto.

Chi con l'aceto, perchè ha sale in zucca
Lo sbruffa, e glie lo mette in tel frosciante,
Chi la mano gli tiè dreto alla gnucca,
Ch'a reggerzi da sé, non è bastante;
Chi con li fazzoletti el sangue asciucca
Dalle guancie, pel collo, scivolante;
Chi poi, perchè si medichi 'l meschino,
Gli va a ciamà el barbier, ch'è lì vicino.

Marzocca da lontano accorta s'era
De 'sto bisbiglio, e de 'sta chiassarìa,
E si và tapinanno e si dispera,
Pe' non potè saper che cosa sia.
Stuzzica del sumaro la groppiera,
Pe' fargli fa' un tantin di scorrerìa.
Ha in man, per questo, un bastoncello et anco
Le scalcagnate gli dà allor nel fianco.

Un dolor improviso il cor gl'afferra,
Non sa s'è verità, non sa s'è sogno
Quel ch'antivede. Ah! ch'il pensier non erra,
Ma puro de ciarissene ha bisogno.
Arriva e vede un, che seduto è in terra,
Più s'accosta e conosce alfin ch'è Togno,
E visto il viso scolorito e guasto,
Non scese nò, precipitò dal basto.

A sfogàne incominza el su' travaglio
Con un sospiro, a foggia di sbaviglio,
Ma il fiato suo tanto sapeva d'aglio,
Ch'il fetor si sentì lontano un miglio.
Allor le treccie sue mette a sbaraglio,
Facenno de' capelli un gran scompiglio,
E mentre, te glie dà strappate fiere,
Glie ne restano in man le fezze intiere.

Pe' più mostrane il marital affetto,
Con quelle mani sue zotiche e dure,
Si rifibbiò pugni tamanti in petto,
Ch'impresse ci lassò le lividure.
A vedella smanià pel su' diletto,
A i pianti, all'urli, alle spasimature,
Havennose stracciato e busto e gonna,
Ha più cera di Furia che di donna.

S'accova poi su l'una e l'altra cianca,
(Stannoglie in piedi molta gente attorno),
E preso un po' di fiato, ecco spalanca
La sua gran bocca, che pareva un forno.
«Ahi Togno! - dice, - ahi scura me!, ti manca
Il vigor, già lo vedo; ah! ch'uno sciorno
Tu fusti, a volè fa st'inturcamento,
Io più sciorna di te, che c'acconsento.

E chi è stato quel cane e quell'indegno?
Marito mio! Ma già sei smaritato,
Se per tè ce n'è poco, ch'a 'sto segno
T'ha ridutto, e così t'ha macellato!
Dimmi se botta fu di sasso o legno?
Dimmi, fusti ferito o sei cascato?
Ah! che mori e rest'io vedova e sola.
Mori sì, che già perza hai la parola».

O quì si sgraffia el viso, o quì si sbatte,
Qui sì, che fa di lagrime una troscia,
Di Togno le fattezze scontrafatte,
Pe' poi meglio osservà, più allor s'accoscia.
Lui volta l'occhi, e in quei di lei s'imbatte,
Dice, con voce assai sfiatata e moscia,
Che giusto par d'un moribondo sia:
«Aiutami se pòi, Marzocca mia».

Mentre costoro favano 'sti fiotti,
Sul solito cavallo, a tutto corzo
MEO se ne viè, che par che d'ira abbotti,
E alle carriere sue dà più rinforzo.
Mostra, turbato in viso, che gli scotti
Il vede, che dal popolo quì accorzo
L'incominzata festa s'intrattenga;
Vie a sapè se il difetto da chi venga.

Si fà far largo, poi s'accosta e smonta,
E in vedè quella faccia così smunta,
Il fatto vuò sapè. Se gli racconta
Senza sminuimento, e senza giunta.
A cavallo allor subbito rimonta,
Perche la folla già s'è ricongiunta,
In tel mezzo del circolo si pianta,
E in vedello infoiato, ogn'un s'incanta.

Dice al barbiere, ch'in quel punto arriva,
Ch'il vada presto a medicà in bottega,
Se lì in terra il ferito assai pativa,
E in te la strada, non vuò più 'sta bega.
Marzocca allora, morta più che viva,
Che voglia farlo ben curà, lo prega.
Lui gliel promette, e poi vuò che si faccia,
Da dui guitti, una sedia con le braccia.

La fan questi, s'abbassano, e de peso
Acchiappano cert'altri quel merollo;
Lo schiaffano a sedè, quanno l'han preso,
Lui mette a quelli due le braccia al collo.
Ma allor Marzocca col su' braccio steso
La schina appuntellò, nè mai lasciollo
Fin che bel bello fu portato via,
Pe' medicallo in te la barberìa.

Serra i due ciucci in drento a 'na stalletta
Un vetturale, che stà lì vicino,
Che nell'albergo suo sempre ricetta
Bestiame cavallesco et asinino;
Sì lui, come il barbier MEO li precetta,
Che non taccino spennere un quatrino
A quei meschini, c'hebbero 'sta scossa,
Perchè lui, tutto de pagà s'addossa.

Poi si porta in due slanci alla locanna,
De dove già colui fece il delitto;
Come il patron di quella si domanna,
E dove sta, gl'havevano già ditto.
Arriva appena, e al locandier commanna,
Che pe' 'sto caso stava tutto afflitto,
Che dica dove annò, dove si trova
Quel traditor, ch'ardì de fa' 'sta prova.

«Signor, - dice costui, - for di me stesso
Io resto allo stranissimo accidente,
Che per disgrazia mia è qui successo,
Senza però, ch'io ci habbia colpa niente.
Il reo sta sopra, e giù lo chiamo adesso;
Non solo non fuggì, ma non si pente,
Anzi che ha gusto assai di quel ch'ha fatto.
In quanto a me signor, lo stimo un matto.

S'è messa in testa certa frenesìa,
Ch'io per lui mi vergogno di ridirla;
Si contenti però Vossignorìa
Dall'istessa sua bocca, di sentirla».
Lo chiama allora, e dice che non stia
Con quella flemma sua, da non soffrirla
A intrattenersi, perchè giù l'aspetta
Un ch'a lor due, pò commannà a bacchetta.

In sentì questo, se ne viè lo scioto,
Ma stralunato assai, con bocca aperta,
Stolido, teso teso, e resta immoto,
Allora, che di MEO fa la scuperta.
Lo crede un gran signor, (che non gl'è noto,
Chi sia 'sto Coram Vobis), e proferta,
Non fu da 'sto Martufo nè men sola,
Di PATACCA alla vista, una parola.

Questo bensì, con un ceffuto orgoglio;
«Ah infame! - dice, - ah brutto malscalzone!
Pur te ce coglio in casa, te ce coglio
Faccia de feccia! pezzo de briccone!
Te voglio io stesso fa morì, te voglio
Mò propio, da par tuo, sott'a un bastone.
E chi così, d'assassinà t'insegna
Un povero innocente? oh razza indegna!

Penza un po' s'a negà te torna conto,
D'haver tu fatto st'assassinamento,
Quann'ho, perchè a convincerti sia pronto,
Testimonj di vista più di cento».
Allora sì, del solito più tonto
Resta colui a 'sto sbravicchiamento,
Di sentirei ingiuria par che si doglia,
E incominza a tremà, com'una foglia.

Poi timido risponne: «È ver che quello,
Ch'in terra giù buttò colui, son io,
Ma stimo d'haver fatto un colpo bello,
Se però sbaglio non è stato il mio;
Sento dalla finestra un gran bordello,
Del popolo ribomba un mormorìo,
Dice più d'un, (lesto a sentirlo io fui):
- È questo il Gran Vissir. Certo ch'è lui. -

Io, ch'a quel Turco cane, a quel tiranno
Havevo un odio tal, da che sentivo
Che fece a Vienna, e far volea, gran danno,
Ch'a fè me lo saria magnato vivo,
Subbito allora mi ricordo, quanno
Tanto per causa sua mi spaurivo,
Mi viè la rabbia, e non glie la perdono,
Ma, preso l'archibuscio, glie la sono.

Io cresi, e credo ancora, e l'ho per vero,
Che sia questo il Vissirre sciagurato,
Ch'assediò Vienna, e me venì in penziero,
Che schiavo in Roma stato sia menato;
Poco fà mi diceva il locandiere,
Ch'in credere tal cosa, ho assai sbagliato,
E che questo è un de' nostri, che procura,
Rappresentar di quello la figura.

Già che voi mio signor! veniste quà,
Vi prego, quanto mai pregar vi sò,
Che mi vogliate dir la verità,
Se quello è il Gran Vissirre, si o no.
Io v'ho detta la cosa come stà,
E gnente di buscìa messo non ci hò;
Propio per Turco da me preso fu,
E credendolo tal, lo buttai giù».

MEO, benchè faccia el fiero e 'l brusco in viso,
E con lo sguardo fulmini spaventi,
In sentì 'sta sciotaggine, di riso
Gli viè voglia, ma serra i labbri e i denti.
Non vuò pare', con fa' chalche sorriso,
De volè sopportà 'sti tradimenti,
Ma si rimette in serio, e fà del sodo,
S'aggruma, e allo sciotèo parla a 'sto modo.

«Appena l'occi addosso io te mettei,
Ch'in un subbito tutto te squatrai,
E così ben conoscerti sapei,
Che tu stesso di te farlo non sai.
Già t'ho annasato, ch'un drittone sei,
E pe' cuccà la gente 'l gonzo fai;
Ma tu impicciala pur, dì quel che vuoi,
Non puoi 'sto fusto inzampognà non puoi».

S'era PATACCA molto ben accorto,
Che pe' semplicità, nò pe' malizia
Errò costui; ma pur lo guarda torto,
E minaccianno va la su' furbizia.
Poi dice: «Quel villan volevi morto,
Perchè forzi ci havevi nimicizia;
Di dir la verità ti torna conto,
Parlami schietto, e non ci fà del tonto.

Tu ancor non me cognosci? A fè te scacchio,
Tra poco ve, tra poco te la scrocchio,
O te scortico vivo, come un bacchio,
O per adesso, almen, te cavo un occhio».
Vuò MEO vedè, se co' 'sto spaventacchio,
Perchè sa 'l fatto suo fino a un finocchio,
E in età giovanesca è volpe vecchia,
E co' 'sto sbravicchià, te l'invertecchia.

Ma perchè fece in realtà lo sbaglio,
Et operò da semplice, non muta
Il su' parlà colui, bensì ha travaglio,
D'havè la cosa del villan saputa;
El penzà, che fu messa a repentaglio
La vita di quest'homo, conosciuta
L'innocenza di lui, gli dà sconforto,
E gran dolor havria, se fusse morto.

A bastanza PATACCA s'assicura,
Che in questo stramiscion non c'è furbara;
Ma pur, seguita a mettegli paura,
E di credergli ancor, non si diciara.
Da quel barbier, che del ferito ha cura
Menà lo vuò, pe' fà apparì più ciara
La verità, sforzanno allor costoro,
A dir, se ce fu mai rogna tra loro.

De 'sta prova fa MEO gran capitale,
E in tell'annà verzo la barberìa,
Fa che venga 'sto pezzo d'animale
Cinto da sgherri, acciò non fuggia via:
Presto arriva, e domanna se mortale
Di quel villano la ferita sia;
Gli risponne el barbier, che tal non era,
Ma che guarillo in poco tempo spera.

Togno ha la faccia insanguinata e sozza,
Tiè le guancie infasciate co' 'na pezza;
Marzocca, innanzi a lui, qual paparozza
Accovata, con frolli l'accarezza.
Si mette allor, com'una vite mozza,
A piagne 'l feritor la su' sciocchezza,
E quasi in capo si darìa 'na mazza,
Sol perchè gli venì voglia sì pazza.

Dice PATACCA a Togno: «O tu, che resti
Vivo, ma non so come, se passasti
Un risico sì granne, e sorte havesti,
Ch'a quel colpo, de fatto, no sballasti,
Dimmi, se mai costui tu cognoscesti,
Se mai tra voi venissivo a contrasti,
Che, se stati ci son de i tiritosti,
Io voglio ch'a costui cara gli costi».

Togno, in sentir di MEO l'ordine espresso,
Così accarvato come stava, attento
Guarda colui, ch'in faccia se gl'è messo,
Che sta mortificato, e assai scontento.
«Non ho visto quest'homo altro ch'adesso»,
Poi dice, con frolloso fiottamento:
«In quanto a me, non lo cognosco», e appena
Hebbe, a potè dir questo, e fiato e lena.

«Hora sappi, - così MEO gli raggiona, -
Questo esser quello, che col su' schizzetto,
Pigliò in mira, e colpì la tu' perzona;
Ma lo fece pe' sbaglio el poveretto».
Più non volze sentì quella Marcona
Della moglie di Togno, ch'a dispetto
Della bocciaccherìa, che far gliel vieta,
Fece un salto da terra alto tre deta.

Al grugno di colui ecco s'allancia,
E le mani rannicchia come uncini,
In quest'atto che fa, pare una grancia,
Quanno và rimenanno i su' zampini:
E mentre a quello e l'una e l'altra guancia
Sgraffigna, dice: «Ah razza d'assassino!
Traditor! che mi dài tanto cordoglio,
Con queste mani mie strozzà ti voglio».

Colui non si risente, e se ne piglia
Quante mai lei sà dargliene et incoccia,
Nè si scanza; Marzocca lo sgarmiglia,
E lui più allora abbassa la capoccia.
Anzi gli dice: «Hai gran raggione o figlia!
Straziami a modo tuo, sin ch'una goccia
Di sangue ho nelle vene; peggio assai,
Io merito di quel, che mi farai».

Già 'na satolla fatta lei se n'era,
Si ferma sol, perchè si sente stracca,
Ma pisti gl'havea l'occi in tal maniera,
Che te gli fece bisognà la biacca:
Togno fa cenno allor alla mogliera
Che si fermi, e s'acqueti, e a MEO Patacca
Così parla assai flebbile: «E qual torto
Feci a costui, che mi voleva morto!».

MEO dello sbaglio lo rendè capace,
Gli fece da colui chieder perdono,
Commanna poi che faccino la pace,
E loro ubbidientissimi gli sono.
Perchè non vada il feritor fugace,
Lo fa nasconne, sin che ottiè perdono
Dalla Giustizia, e quel che mai si spènna
Pel ferito, da lui vuò che si renna.

Dà l'ordine a un su' sgherro, ch'una stanza
Pe' Togno, e ancor pe' la su' compagnia
Trovi in affitto, e che in quest'abitanza
E letto e ogn'altro commodo ce sia;
Che procuri d'haverla in vicinanza,
Più che si pò, di quella barberia;
Fatto questo, al marito et alla moglie,
Dà MEO la bona sera, e se la coglie.

Partito è appena, et ecco, oh cosa strana!
Un certo sgherro della Cappellina,
Che girava de fora alla lontana,
Subbito alla bottega s'avvicina.
Entra, e perchè c'è gente, alla villana
Col gomito, dà chiotto un'urtatina.
De fatto si rivolta la buzzona,
Guarda, nè sa chi sia 'na tal perzona.

Lui glie dice pian piano: «Monna quella,
Di grazia non ve spiaccia l'ascoltamme,
Troppo gonza voi sete e crederella,
Se dar volete fede a quel rasciamme.
Delle sfavate assai ve ne spiattella
Costui, che fà il riccone et il Quamquamme,
Sbrascia nelle promesse, et è uno scrocco,
Nè ve darà l'aiuto d'un baiocco.

Chi lo cognosce, a fè che non gli crede,
Sa ch'è un riggirator qual sempre è stato;
Mò che partì di qua, chi più lo vede?
Dov'è, che manco un giulio v'ha lassato?
Io già so quello, che v'ha da succede:
E direte, ch'appunto io ci ho azzeccato;
Vi farà fa' di molte spese, e poi
Toccherà certo di pagalle a voi».

«Oh questa saria bella, - allor lei disse,
- Che costui de parola mi mancasse!
Ch'a ordinà tante cose qua venisse,
E a pagà chi ha d'havè, non ritornasse!
Oh allora sì, vorria che mi sentisse,
E che dalli mi' strepiti imparasse
A non gabbà la gente, e che vedesse
Se a fa' 'st'inganni, conto gli mettesse».

«Oh sete pur la bona donna sete»,
Ripiglia allor colui, «di grazia dite,
Dove 'sto ciurmator voi trovarete?
Le su' furbizie ancor voi non capite?
Che ve venga a trovà, non lo credete;
Non farà mai 'sta cosa, ma sentite,
Se voi del mi' consiglio vi fidate,
Non accurr'altro, a tutto rimediate.

Famo una cosa per adesso famo,
Et a su' tempo un'altra ne faremo,
Tutta 'sta notte de passà lassamo;
Domani all'alba qui ci trovaremo.
Allora vi dirò quello che tramo,
E a ripescà costui ce n'annaremo».
Se farete a mi' modo, certo stimo,
Che 'sto gabba compagni noi ciarimo».

«Io, poveraccia me!, non so che dirmi,
E solo posso a voi raccomandarmi»,
Colei rispose, «e se vorrà tradirmi,
Come voi dite, io non saprò che farmi.
Habbiate carità di sovvenirmi,
E quello c'ho da fare, d'insegnarmi.
Ecco ch'a voi sol tocca in cura havermi,
E secondo il bisogno provedermi».

«Io già v'ho preso», dice il Farinello,
«Lassate pur di tutto a me 'l penziero,
Che col mortificà 'sto squarcioncello
Di MEO PATACCA io consolarvi spero».
Così parlò costui, che contro quello
Haveva un odio malignesco e fiero,
Sol perchè conosciutolo un poltrone,
Nol volze accettà MEO pel su' squatrone.

S'era già nella mente figurato,
Perche di vendicarzi ha gran prorito,
Di fa' restà PATACCA svergognato,
Acciò più d'un l'habbia a mostrar a dito.
Vuò che da 'sta bifolca sia trovato
In chalche loco pubrico, e assalito
Con gran chiassate, acciò sia MEO tenuto
Per un busciardo e ingannator creduto.

Contento se ne va, che gran fidanza,
Da al furbacchiolo 'sta trappolerìa,
Ma già la notte a più potè s'avanza,
E allor bel bello il popolo va via.
Titta le donne, usanno ogni creanza,
Rimena a casa con galanterìa;
Puro MEO si ritira, e a 'sta maniera
Fornì la festa della prima sera.

Fine del Decimo Canto.

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