Sonetti Romaneschi
Da cristiano! Si mmoro e ppo’ arinasco, Pregh’Iddio d’arinassce a Rroma mia. (G. Belli)

La cosa annò così. La Tartaruga,
mentre cercava un posto più sicuro
pe' magnasse una foja de lattuga,
j'amancò un piede e cascò giù dar muro:
e, quer ch'è peggio, ne la scivolata
rimase co' la casa arivortata.

Allora chiese ajuto a la Cagnola;
dice: — Se me rimetti in posizzione
t'arigalo, in compenso, una braciola
che ciò riposta a casa der padrone.
Accetti? — Accetto. — E quella, in bona fede,
co' du' zampate l'arimise in piede.

Poi chiese: — E la braciola? — Dice: — Quale?
— Ah! — dice — mó te butti a Santa Nega!
T'ammascheri da tonta! E naturale!
Ma c'è bona giustizzia che te frega!
Mó chiamo er Gatto, j'aricconto tutto,
e te levo la sete cór preciutto! —

Er Gatto, che faceva l'avvocato,
intese er fatto e j'arispose: — Penso
che è un tasto un pochettino delicato
perché c'è la questione der compenso:
e in certi casi, come dice Orazzio,
promissio boni viri est obbligazzio.

Ma prima ch'io decida è necessario
che la bestia medesima sia messa
co' la casa vortata a l'incontrario
finché nun riconferma la promessa,
pe' stabbili s'è un metodo ch'addopra
solo quanno se trova sottosopra. —

Così fu fatto. Er Micio disse: — Spero
che la braciola veramente esista... —
La Tartaruga je rispose: — È vero!
Sta accosto a la gratticola... L'ho vista.
— Va bene, — disse er Gatto — nu' ne dubbito:
mó faccio un soprallogo e torno subbito. —

E ritornò, defatti, verso sera.
— Avemo vinto! — disse a la criente.
Dice: — Da vero? E la braciola? — C'era...
ma m'è rimasto l'osso solamente
perché la carne l'ho finita adesso
pe' sostené le spese der processo.



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