Sonetti Romaneschi
Da cristiano! Si mmoro e ppo’ arinasco, Pregh’Iddio d’arinassce a Rroma mia. (G. Belli)

Ner mobbiletto antico, che comprai
tant'anni fa da un antiquario in Ghetto,
c'era, sott'a la tavola, un cassetto
che tira tira nun s'apriva mai:
finché scoprii er segreto e fu una sera
che nun volenno spinsi una cerniera.

Subbito, da la parte de l'intacco,
la tavoletta fece un mezzo giro
e er cassetto s'aprì con un sospiro
ch'odorava de pepe e de tabbacco.
Guardai ner fonno e viddi in un incastro
un libbro intorcinato con un nastro.

Un libbro rosso rilegato in pelle
dove spiccava, tra li freggi d'oro,
un'arma gentilizzia con un toro
e un mago che giocava co' tre stelle:
e, sott'all'arma, er titolo in cornice:
«La Regola per vivere felice».

— Dati li tempi, — dissi — è una fortuna! —
Ma in tutt'er libbro nun trovai nemmanco
una parola scritta. Tutto bianco.
Riguardai le facciate, una per una:
zero via zero. E chi sarà er sapiente
che fece un libbro senza scrive gnente?

L'avrà lasciato in bianco co' l'idea
de minchionà la gente che lo sfoja,
o avrà capito che la vera gioja
finisce ner momento che se crea?
Era un matto o un filosofo? Chissà
come sognava la felicità?



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